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martedì 9 luglio 2013

Salicea e Nar



Perché questo pegno di sangue...?
Salicea continuava a ripeterselo disperandosi sempre di piú. La visione era chiara. Sapeva bene a cosa stava andando incontro Nar.
La disperazione si tramutò in determinazione. Si asciugó il viso e corse fuori, cercó un cavallo nel villaggio e  rubó il primo che vide.
'Moriró io al suo posto!'

Cercó una scorciatoia ad est, attraverso il bosco oscuro. Mentre luci del giorno si affievolivano sempre di più, le voci e i rumori inquietanti aumentavano, provenivano da ogni dove, ma non fermavano la sua corsa.

Sapeva qual era il punto prestabilito; uno specchio d'acqua sotto il grande albero maledetto.
In quel luogo si sarebbe svolto il sacrificio. Le anime nere reclamavano la loro ricompensa di sangue.


Arrivò sul posto. Era sera. La luna era particolarmente piena e luminosa e donava generosa i suoi argentei raggi.
Nar non era ancora arrivato. Ne  approfittó per avvicinarsi verso l'albero, ben nascosta dal cappuccio e dal mantello nero.

”Vieni....avvicinati...vieni a noi...” delle voci  ultraterrene richiamavano la nuova piccola presenza.

Salicea era tanto impaurita quanto consapevole che non c'erano alternative.
A piccoli passi si avvicinò. Stava cominciando a immergersi quando improvvisamente si sentì strattonare:
 ” Cosa fai in questo luogo maledetto???” - Le urlò Nar - ”Cosa vuoi fare??? Fermati. Devi andare via da qui subito! Via...VIA!!!”
”Non posso lasciarti andare...non posso... non puoi andare..Non puoi.....NON PUOI!!!"

L'uomo vide i suoi occhi, quei bellissimi occhi che aveva amato fin dal primo momento che i loro sguardi si erano incrociati. Quegli immensi, chiari lucidi occhi che ora lo fissavano atterriti.
Ma non guardavano lui, ma il futuro compiersi disastrosamente alle sue spalle, davanti ai suoi occhi.

"...Ti prego, ti prego....Non farlo...." stavolta con tono rassegnato mentre nell'attesa della risposta, le lacrime le rigavano il tenero volto squarciato dalla disperazione.
Senza dire una parola, con gli occhi lucidi e labbra strette la fissò per un attimo che sembrò eterno.
”Mi dispiace amore mio....mi dispiace...” Disse quasi sussurrando, accarezzandole il viso, poi la allontanó di forza spingendola via, facendola arretrare diversi passi, cadendo a terra.
Rimase per diversi minuti stordita, ma riuscì ad udire un rumore netto. Un tuffo.
Quando si riprese, sentì tutti i suoi arti indolenziti appesantiti dal dolore infinito.
Continuava a piangere lamentandosi. Con le ultime forze trascinandosi raggiunse la riva.
In modo straziante, la fanciulla piangeva, urlava il nome dell'amato, nessuno poteva piú risponderle.
Le lacrime continuavano a uscire copiose. Tese una mano verso l'acqua e la immerse come per strappare qualcosa da essa. 
Urlò l'anima, tanto da farsela uscire fuori. 
Si era davvero strappata l'anima e con essa il cuore, il sangue, la vita. 
Il suo corpo vuoto tra sangue, terra e acqua.  
Con i capelli e le braccia protese verso il laghetto, la mano immersa ora accarezzava l'acqua. Quell'acqua che avvolgeva il suo amato.

All'alba, i tenui bagliori pesca e azzurro abbracciarono una nuova scena.
Le lacrime purificarono le acque del lago che divennero limpide e calme. Il sangue purificò la terra e l'albero, il paesaggio divenne un tripudio di bellezza e amore.
La terra e l'albero mosse a nuova bontà e compassione, avvolsero il corpo della giovane donna; le braccia divennero rami, i lunghi capelli bagnati dalle lacrime divennero una chioma di foglie che amorevolmente ondeggiava sul lago accarezzandolo, ed esso rispondeva con mille increspature.

E fu così che nacque il salice piangente, l'albero che piange la sua triste storia e accarezza il suo amore avvolto dall'acqua e dalla terra. Si dice che quando il vento scuote le sue rigogliose fluenti chiome, si ode la musica melodiosa delle carezze degli amanti ritrovati.


sabato 25 agosto 2012

Il Grillo e la Luna



Una notte, un grillo camminava nella radura. Nel suo incedere alzò gli occhi e rimase affascinato da una grande luce d'argento il cui bagliore con la sua purezza lo inebriava d'amore e di felicità.
Stette ore ed ore incantato ad osservarla finché prese una decisione
"Voglio carpire la tua bellezza e dissetarmi della tua luce. Ti raggiungerò!"
Il suo viso era raggiante persino nel buio.
Tentò tutta la notte di aggrapparsi a fili d'erba, fiori, alberi, ma niente, non riusciva a raggiungere il suo scopo. Ormai allo stremo delle forze, si fermò un attimo, riposandosi sotto una rosa nei pressi di un grande albero.

Un gufo che stava guardando divertito la scena da ore su di un ramo, gli chiese:
" O tu grillo! Cosa stai combinando da ore qui sotto? Cosa cerchi di fare?"
" Voglio abbracciare il cielo, voglio abbracciare la mia amata splendente lassù!"
"Ahahaah! Questa è proprio bella!"- rise compiaciuto l'animale- "Sentiamo, come vorresti raggiungerla???"
"Non saprei. Ho provato a saltare, a camminar su fili d'erba, ad arrampicarmi ovunque ma non sono riuscito. Vorrei riuscire a volare. Tu....tu puoi insegnarmi!"
"Insegnarti a volare?! Forse non ti rendi conto che quelle piccole ali che hai, non son fatte per volare!!"
Il grillo era sconsolato. Il gufo fece per andare ma prima consigliò:
:" Comincia a farsi giorno, la tua amata sparirà per ricomparire nella notte..
Ti illudi di poter bearti della sua luce, ma non la afferrerai mai!
Potrai solo ammirarla, da lontano, senza poterla stringere.. Forse proprio perché è così bella e luminosa, non è dato averla solo per sé. Rassegnati e va avanti!"
Detto ciò prese e andò via.
L'insetto rimase solo, stanco e perplesso. Vide che la luce argentea si nascondeva di fronte alla sfrontatezza e all'arroganza del Sole...ma era troppo stanco...seguì con gli occhi la sua dolce Luna scivolare dietro l'orizzonte e si addormentò.
Si svegliò al tramonto, cominciò a pensare e ripensare come fare e quando fu sera riprovò di nuovo, ma nulla cambiò. Andò a cercare il gufo e quando, dopo alcune ore di ricerca lo trovò, disperato gli chiese:
" Saggio guardiano della notte, mi rimetto a te e alla tua clemenza... Tu che sai  com'è fatto il cielo, portami tu dalla mia amata, ti prego, ti scongiuro!"
Il gufo negò ma l'insetto fu davvero insistente e alla fine gli svelò che conosceva un'animale che era in grado di volare ancora più alto di lui:
"Cerca l'Aquila reale, io non posso espormi perché sono una sua preda, vai verso le montagne rocciose a est..."
Forse non aveva ancora realizzato la fatica che doveva fare per raggiungere quei luoghi ma si sentiva al settimo cielo sentendosi sempre più vicino alla sua agognata meta.
Cammina cammina, dopo diversi giorni giunse finalmente alle Montagne rocciose, era da poco passato mezzogiorno, il sole era alto già vicino alla vetta era in trepidazione, si sentiva a un passo dal cielo. Dopo alcuni minuti di osservazione, vide finalmente la maestosa Aquila. Lui era così piccolo e non sarebbe mai stato visto, pensò che se avesse trovato qualche nido, si sarebbe nascosto li e al momento opportuno avrebbe avanzato la sua richiesta.

Lo trovò e rimane fermo e invisibile per diverse ore, finché finalmente l'animale reale arrivò. Intimidito, prese coraggio e disse:
".... Mi scusi animal sublime, re dei cieli..."
L'Aquila sentì la voce ma non vide il suo proprietario.
" Chi sei? Esci fuori non ti vedo!!"
Con le gambettine tremanti, il grillettino saltò fuori e si presentò:
" ...ss...Sono ii-io...."
L'uccello abbassò la testa per guardarlo bene, dopodiché esplose in una sonora  risata:
" Ah ah ah ah ah! Un insetto!!! Cosa ci fa un insetto qui, in questo luogo impervio e per giunta davanti al cospetto di un Aquila! Deve essere un folle!"
"Si sono folle.... Ho bisogno del tuo aiuto e spero vorrai essere così gentile da concedermelo..."
"mmh...non solgo parlare con grilli che saltano fuori improvvisamente e fanno richieste..ma dato che per venir fin qui hai fatto un viaggio incredibile, mi hai incuriosito ascolterò la tua richiesta. Sentiamo..."
"Devo raggiungere l'irrangiungibile, voglio prendere la mia amata Luna, portarla sulla terra e vivere con lei ogni giorno della mia esistenza."
L'Aquila fece un'espressione tra il divertito e lo sbigottito.
" Non ti rendi conto grillo che è impossibile, vero? Non perderò altro tempo per simili sciocchezze!"
" Va bene...vorrá dire che mi rivolgerò a un'animale che sappia davvero volare alto, più in alto di tutti da toccare il cielo!" e finse di volersene andare.
L'Aquila si risentì e lo fermò " Come osi sfidarmi!?  Il cielo non ha segreti per me, è mio territorio!"
"Allora stanotte portami dalla Lei! "
" Va bene, stupido grillo, proverò a portarti dalla Luna ma non dovrai proferire a nessuno del nostro incontro né tantomeno dell'impresa, non dovrai volare mai più in tutta la tua vita!"
Accettato il patto, il grillo salì sulla groppa del volatile e volarono in alto,molto in alto, i paesi  le case, gli alberi, i fiumi, sembravano tutti dei punti e delle linee piuttosto indistinguibili nella nera notte.
Il cielo era pieno di stelle e la Luna nel pieno del suo splendore appariva sempre più vicina.
L'argenteo astro se ne accorse e si andò a nascondere dietro le nuvole che la avvolsero subito.
:"... Vola....vola, più su!" urlò disperato all'Aquila che eseguì l'ordine, nel frattempo le nuvole avevano quasi totalmente ricoperto la Luna e la notte diventò più profonda e oscura.
:" C'è sempre più buio...e ci sono le nuvole, non possiamo attraversarle, ci perderemo!! - ammonì l'Aquila.
:" Dobbiamo passarle, andiamo!!! - urlò il grillo.

Entrarono nella nuvola, il buio era ormai completo, non si più vedeva nulla, l'aria era irrespirabile, l' Aquila perse i sensi e si lasciò andare  in picchiata verso il basso, il grillo si staccò e cadde sulla foglia  di un albero.
Svegliato dalla rugiada, diverso tempo dopo riaprì gli occhi. Si guardò intorno, nessuna traccia dell'Aquila e la Luna si era lievemente affacciata dalla coltre scura, come preoccupata il piccolo insetto.
Lui la guardò ancora. Cominciò a cantare il suo amore, il suo dolore. Gli altri suoi simili lo udirono e si unirono alla sua straziante voce. Il coro arrivò alla Luna che commossa uscì dal nascondiglio e si mostrò in tutto il suo splendore, piena, immensa e pianse polvere di stelle che, cadendo su alcuni insettini degli alberi, li rese luminescenti.
Lo spettacolo era meraviglioso, la luce lambiva ogni cosa, gli alberi si accesero magicamente di piccole luci pulsanti. Il tutto si rifletteva nel piccolo fiume che sembrò prender vita sotto l'arbusto.
Il grillo era emozionato ma nulla poteva colmare la mancanza della sua amata, che non era riuscito nemmeno a sfiorare.
Guardò l'immagine della sua amata ondeggiare sull'acqua e venne illuminato al suo riflesso. Con folle guizzo, non ci pensò due volte, saltò più in alto che poteva.
Il suo corpo sembrava una piuma che piano piano volteggiava nell'aria in una vorticosa danza che inesorabilmente lo trascinava giù, ma lui era felice, finalmente si sarebbe immerso nei suoi raggi, avrebbe finalmente potuto essere tutt'uno con Lei, quel desiderio irraggiungibile in cui annegava senza opporre resistenza alle piccole ninfe-onde che lo cullavano trascinandolo sul letto del fiume. Un'ultima occhiata serena e sorridendo si accoccolò sul fondo.


Da quella notte, ogni estate i grilli cantano per ricordare  la sua triste storia, talmente dolce che è diventato un canto d'amore, nacquero le piccole lucciole che da allora vestirono la natura di allegre pulsanti luci e quando c'è la luna piena,ogni  specchio d'acqua, fiume, lago, mare, oceano, risplende un po' di più, in un mutuo scambio di bagliori carezzevoli e chiunque passi per tali paesaggi, riceve quella magia.

martedì 21 agosto 2012

I racconti di Praga : La vecchia fanciulla






In una delizioso palazzo a Malastrana, al di là del Ponte Carlo,viveva una bellissima quanto capricciosa nobile.











dipinto di Dante Gabriel Rossetti
Aveva tutto ciò che una ragazza potesse desiderare, ma non le bastava. Nonostante la sua giovinezza, i capelli color rame dorato risplendessero come onde baciate dal sole lunghi e morbidi, pelle chiara e morbida, occhi chiari e lucenti che come gioielli attraevano lo sguardo di molti pretendenti, era ossessionata dalla paura di invecchiare.
Non aveva il coraggio di confidarlo a nessuno. Man mano si chiuse sempre di più in sé stessa e diventò sempre più irrequieta, fece scappare quasi tutta la servitù e le sue amicizie non riuscivano a portarle conforto dall'ossessivo incubo notturno che la logorava; svegliarsi vecchia e decrepita.
Sembrava che qualcuno si fosse beffardamente infilato nelle piaghe delle sue paure.







Una mattina si svegliò,si sentì stranamente pesante e stanca. 

Andò alla toeletta come soleva fare tutti i giorni quando lo specchio le rivelò il suo nuovo aspetto: la pelle del volto grinzosa, collo flaccido, mani rugose,capelli bianchi e pancia goffa.
Sbatté gli occhi più volte come per togliersi quella immagine di sé orrenda, sperando di aver visto male o di essere ancora nel torpore del sonno, ma l’immagine rimase lì a guardarla sempre più impaurita.
Urlò con tutto il fiato che aveva in corpo, tanto da avere quasi un infarto.
ritratto di una donna anziana - Rembrant
La servitù accorse in tutta fretta e si sorpresero di vedere le fattezze della vecchia inserviente che la padrona aveva cacciata via per capriccio una settimana prima.
Proprio per questo, l’acchiapparono di peso e la portarono fuori dal palazzo.
Rimase senza parole e senza muoversi per un’ora. Improvvisamente ora si era avverata la sua paura più grande; era vecchia, decrepita e tra l’altro aveva le sembianze di quella povera serva.
Non riusciva a realizzare la cosa ed era irrigidita dallo spavento e dalla paura.
A un certo punto però la fame prese il sopravvento e le diede il coraggio di camminare verso il mercato.
Non avendo mai avuto a che fare coi soldi, cominciò a prender i frutti da ogni bancarella e a mangiarli.




Un fruttivendolo urlò “Al ladro!!!!!” ma la vecchina continuò a gustarsi i frutti del suo strano raccolto come se nulla fosse finché non la arrestarono.
Venne portata alle prigioni. Faceva molto freddo, c’era poca luce e la vecchina cominciò a tremare, soprattutto di paura. Si prese uno straccio sopra il letto per coprirsi e cominciò a riordinare le idee finché a un certo punto, cadde stanca sul povero e scomodo lettuccio.


Hope in the prison of despair -Evelyn De Morgan

Il giorno dopo il silenzio delle prigioni venne interrotto dall'arrivo di un nuovo ospite. Nella cella di fianco a quella della vecchia fanciulla venne scaraventato un giovane garzone.

La vecchina all’inizio divenne quasi rossa dall'imbarazzo, poi ricordandosi del suo nuovo aspetto maturo, si avvicinò alle sbarre della cella che confinavano con quelle del garzone. 
Lo osservò meglio e riconobbe il messaggero del suo palazzo che aveva trattato male pochi giorni prima ma che in quella situazione divenne una faccia amica rassicurante. 

Mentre si allontanava timidamente, il giovane riconobbe la vecchia serva e le chiese di fermarsi e di parlare con lui “Ma io ti conosco!! Sono Primcek!! Anche lei è qui per colpa di quella stupida della padrona?? Rischio la forca ma sono innocente!!”
Alla definizione “stupida” la nobile contrasse lievemente la fronte, ma la parola forca la distolse dalla sua rabbia.

:-“Come è mai possibile? Cosa è successo?”- Chiese con un filo di voce.
:-“La padrona è scomparsa e non si hanno sue notizie da ieri e pensano sia stato io a rapirla”
La giovane voleva rispondere prontamente,ma poi si morse la lingua prima di spifferare inavvertitamente la verità…ma anche nel caso in cui avesse parlato…Chi mai le avrebbe creduto?
Il silenzio venne interrotto da un’altra domanda di lei :-“ …Cosa centri in questa storia? “
:-“ Nulla, ma mi hanno trovato delle poesie d’amore dedicate dalla dama. E’ burbera e capricciosa, eppure è così bella e non ho mai smesso di amarla”
La vecchina trasalì e dentro di lei si sentiva arrossire come non mai, ma mantenne contegno e si calmò, senza far trasparire nulla. Passó ancora qualche minuto di silenzio finché la curiosità non batté il suo imbarazzo.
:-“ Codeste poesie dove sono?”
:-“Me le hanno prese, ma le so tutte a memoria!! Possono prendermi la carta ma non la mente!!”
E così dicendo prese un sasso e se le mise a scrivere lungo le pareti della prigione.
La giovane vecchia rimase sorpresa e il suo cuore ebbe un sussulto dolce e nuovo. Rimasero altri due giorni chiusi nelle celle contigue e i due si misero a parlare di tutto, soprattutto il giovane raccontò i suoi viaggi, le sue avventure, la sua vita. Dai suoi racconti si poteva dipingere un quadro denso di emozioni e la vecchia fanciulla si rese conto della pochezza della sua vita e dei pochi viaggi di cui ricordava solo i negozi di abiti e di gioielli e solo ora si accorgeva che ogni posto ha un’anima.

All’indomani del terzo giorno, il ragazzo fu prelevato e riportato pieno di lividi e ferite un’ora dopo. La vecchina si protese verso le inferriate per vedere come stava e fece quel che poteva per alleviare il dolore e tamponare il sangue. Il ragazzo dolorante era accasciato sulle sbarre confinanti con quelle della vecchina che stava accanto a lui e continuava a medicarlo al di là dei ferri. Proferì alcune parole “Sono spacciato. Fra tre giorni se la padrona non torna mi giustizieranno”
Alla fanciulla gelò il sangue. Non sapeva cosa fare o cosa pensare. Nascondendo il pianto continuò a medicare e accarezzare il ragazzo finché non vennero a prenderla. Provò a scappare  ma le guardie erano troppo forti e in pochi secondi la buttarono di peso fuori. 

Si guardò spaesata ma non ebbe il tempo di fare un passo che una bambina le si parò innanzi abbracciandola e dicendole :-“ Mamma!! Mi hai fatto prendere un bello spavento!! Dai su torniamo a casa!” Disse emettendo alcuni colpi di tosse.

Un gesto così irruento quanto dolce, le riscaldò il cuore e pensò che solo sua madre quando era piccola la stringeva così forte, finché un brutto giorno morì e il padre si incattivì talmente tanto da andarsene con la sua nuova famiglia fuori le porte di Praga, lasciandola dal freddo e incurante zio.
In ogni modo pensava alla dolcezza di quell’abbraccio che scioglieva anche la neve novembrina praghese ma quando la guardò meglio si accorse che non aveva un cappotto adeguato e le chiese come mai.
“Mamma lo sai che ho molto caldo… non ne ho bisogno!”



La vecchina si tolse un paio di sciarpone e gliele avvolse, poi la bimba la prese per mano e la portò a casa.
Agli occhi di una nobile quella non era certo definibile come “casa”, piuttosto come un cumulo di legno e stracci ma dopo aver passato giorni e giorni nell’umidità,nel freddo, nel buio e nella scomodità, quello le apparve come un’alcova dorata. La bambina la fece accomodare e poi si mise a cucinare qualcosa. La giovane vecchia le si avvicinò curiosa. Finito di preparare, mangiarono, e alla ragazza, nonostante il piatto semplice, le sembrò il cibo più buono che avesse mai mangiato. Finito di cenare, la bimba andò dalla vecchina chiedendole di giocare e, se pur riluttante, accettò e dopo cinque minuti si divertivano così tanto che sembrava fossero coetanee.
Alla fine del gioco, la ragazza portò la piccola a nanna e stremata, finalmente si mise a riposare.





Il giorno dopo si svegliò nel primo pomeriggio e vide la piccoletta intenta nelle faccende di casa e quando la vide sveglia girare per la stanza, le ricordò che dovevano far spesa al mercato.
Si coprì per benino per non farsi riconoscere, vista l’ultima volta in cui fu arrestata, e seguì attenta la piccola. Capì che ogni cosa ha un prezzo e sicuramente anche la sua libertà e che probabilmente la piccola si era venduta il cappottino per liberarla. Voleva ricomprarglielo ma al momento non aveva nulla. Girando per le strade passò vicino le prigioni e si ricordò del garzone e realizzò che stava per scadere il secondo giorno.
Non c’era un minuto da perdere, alla vecchia fanciulla venne in mente il cartaio di fiducia della sua famiglia, siccome era spesso in viaggio ed era un tipo solitario, sicuramente non era a conoscenza dei cambi di servitù e con un po’ di fortuna neanche del suo rapimento, abitando in periferia, lontano dalle voci e dai frastuoni del centro. Camminarono e dopo alcuni minuti erano alla sua bottega. Col cuore che le batteva forte ma con solerte calma entrò e ordinò una piccola fornitura di carta e una penna e di metter tutto in conto. Senza esitazioni, il cartaio le diede ciò che aveva richiesto, lesta lesta tornò a casa. Fece qualche prova per vedere se sapeva ancora scrivere e vedendo che riusciva perfettamente e la sua calligrafia e la sua firma erano immutate scrisse tre lettere.
Appena finito, ne consegnò due alla bambina e le chiese di correre prontamente al  suo palazzo, al di là del ponte mentre lei sarebbe passata per le prigioni. Abbracciò la bambina, come se avesse un brutto presentimento, e si incamminò prontamente.
La vecchina passò per le prigioni e dalla buca corrispondente  alla cella del garzone fece cadere la lettera a lui destinata. Intanto la piccola aveva già consegnato una lettera alla governante che la lesse e prontamente la consegnò allo zio e al padre di lei che per l’occasione era accorso prontamente alla notizia della scomparsa della figlia. Nella lettera c’era scritto che la fanciulla si era allontanata per andare alla terme com’era suo solito, che si era dimenticata di avvertire e di non preoccuparsi. La lettera terminava dicendo che l’indomani sarebbe tornata.
Si udì un urlo di gioia provenire dalle prigioni, non solo per esser stato messo al corrente, ma perché alla fine della sua lettera, la padrona lo ringraziava dell’amore dimostratole. Per un secondo si stupì, ma poi si lasciò andare in un grido liberatorio e felice.
Si era già fatta sera e la vecchina mentre tornava a casa si soffermò a guardare ponte Carlo e il palazzo reale.
Mentre si guardava intorno con gli occhi stupiti di una bambina che vede per la prima volta, soffici fiocchi di neve cominciarono a imbiancare le strade, il palazzo, il ponte, e piano piano, senza neanche accorgersene, anche la vecchina venne accolta in un manto di neve finché, talmente il freddo le aveva intorpidito i sensi, cadde a terra. I fiocchi continuavano a danzare attorno al suo corpo e sembrava volessero coprirla per non farle prendere freddo nel suo sonno eterno.




Il giorno dopo, quando aprì gli occhi e rivide la sua camera da letto. Scattò in piedi, si osservò le mani e vide che erano di nuovo giovani e belle. Pensò che forse era tutto un sogno ma presa dalle frenesia di controllare, non si guardò alla toeletta, si mise in tutta fretta una lunga giacca e corse fuori, a nulla valsero i servi, lo zio e persino il padre che provarono a fermarla, non guardò in faccia a nessuno e in pochi secondi era già sgusciata via dalla porta.



Si diresse al di là del ponte correndo, fino a che arrivò a una piccola folla radunata proprio vicino alla statua di Carlo IV. Riprese un attimo fiato, si aprì un varco tra la gente e osservò un corpo sepolto dalla neve a terra…non era un sogno….giaceva il corpo della vecchia serva!
Rimase senza parole ma quel silenzio lo colmarono le numerose lacrime che inondarono il suo volto. Si inginocchiò sul corpo e accarezzò il volto. Gli astanti rimasero sbigottiti nel vedere una fanciulla giovane, chiara con la pella di porcellana, i capelli dorati e la veste di seta leggera che usciva dal cappottino, accarezzare una vecchia con la carnagione scura olivastra piena di rughe vestita di stracci. Lei non se ne curava e continuava a piangere. La figlioletta della vecchia, le venne incontro con sguardo serio e solenne. La invitò ad alzarsi con un gesto e le consegnò la terza lettera …..

“ Cara Hannah,
so che sarai  molto confusa quando leggerai questa lettera e risponderò subito alla tua prima domanda;
l’ho scritta io grazie a te.
Hai sempre pensato che ero una povera e stupida mentecatta da trattare male per capriccio.
Io sono una principessa zingara, sensitiva,col dono della chiaroveggenza.
Ho visto i tuoi pensieri nascosti, le tue paure e il vuoto della tua vita e ho deciso di mostrarti il senso della vita, facendoti osservare il mondo da un nuovo punto di vista per farti cogliere la vera essenza.

Il mio percorso su questa terra è terminato. Prendi sotto la tua ala mia figlia, anch’ella dotata dei miei stessi doni divini e ti proteggerà assicurandoti un futuro sereno e florido.

Ricorda : puoi possedere tutto l’oro del mondo, ma nulla ti renderà più ricca e felice dell’amore vero “


Finì di leggere le parole e osservò portar via il corpo e guardò il feretro improvvisato allontanarsi sempre di più.
Mesta si incamminò verso il palazzo, quando dopo pochi passi vide il padre che la stava aspettando con una giacca più pesante che prontamente le mise addosso. 
Hannah si sorprese del gesto e guardò il padre quasi commosso ma bloccato dalla fierezza e dall’orgoglio. Si guardarono negli occhi e lui la prese e la strinse a sé, proprio come faceva qualche anno prima che la moglie morisse. Dopo anni di dolore e di gelo si ritrovarono.

Dopo questo avvenimento, l’aria nel palazzo cambiò radicalmente. Era tornata un’aria familiare, il padre tornò a vivere nel palazzo con la nuova famiglia che la giovane non ebbe problemi ad accettare e tornò di nuovo premuroso nei suoi confronti. I servi non vennero più trattati male.
Il garzone in breve tempo imparò il mestiere di carpentiere e costruì una sua piccola attività e nel mentre comincio a frequentare la bella Hannah. Un anno dopo si sposarono con la benedizione di entrambe le famiglie.
Fu una coppia giudiziosa, amministrarono bene le ricchezze e ampliarono l’attività che gli fruttò altri soldi.
Misero da parte una somma per i tempi magri e il resto lo donarono ai poveri.
Acquistarono la prigione e la ristrutturarono facendola diventare una biblioteca e nel punto in cui il giovane aveva scritto le poesie, gli costruirono una stanza enorme che fu e che tuttora è privata, in cui spicca un edera che si aggrappa tra le pietre e che a volte, un po’ maleducatamente , copre alcune parole, così come l’amore, che si aggrappa anche alla speranza più ardua e che non sente ragioni.
Ebbero tanti figli e nipoti. Un giorno Hannah, davvero anziana, vide alla sua porta una oscura signora. Le sorrise e serenamente, si fece trasportare , conscia di aver avuto l’occasione di capire e di aver vissuto la vita pienamente.






mercoledì 1 agosto 2012

Cosa porteresti su un'isola deserta (e la fola l'è finida!)




In una sala d'aspetto, non ricordo quale di preciso, sfogliavo i soliti giornaletti di gossip o di tendenza. Capitai nella solita pagina dei test, affinità di coppia, 'dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei', 'dimmi come vai in bagno e ti dirò il tuo destino' etc etc. Le domande che mi attirarono furono:
"Cosa porteresti su un'isola deserta?" oppure "Cosa salveresti da un incendio?"


Mi hanno sempre destato ilarità queste domande, perché oltre ad essere situazioni limite, nella realtà dipende dal periodo, dalle priorità e così su due piedi dimentichi sempre di mettere l'essenziale.
Sono domande che hanno presupposti diversi ma le metto insieme perché quando ti capita di dover salvare le tue cose da una catastrofe naturale, cerchi di portarti non solo ciò di cui non puoi fare a meno, ma anche ciò che ti serve nella nuova "isola" in cui andrai a finire.

Un giorno improvvisamente ti capita davvero.
Magari non un incendio, ma un'allerta esondazione o un terremoto.
Devi decidere in pochi secondi cosa fare. Se puntare sull'utile o sui beni affettivi.
Pochi secondi, due mani e se ti va bene una sporta, una borsa o una valigia e se ti va male ostacoli vari ed eventuali, come una porta che magari per metà non si apre incrinata dal peso dei piani superiori che cominciano a collassare.

Cosa prendo???

Oggetti accumulati da una vita in una domanda, tanti dubbi e pochi istanti.
Senza neanche aver il tempo di pensarci, o scappi fuori pensando solo a salvarti, o l'adrenalina ti fionda sulle prime cose che di pancia vuoi prendere, e se non stai attendo, rimani troppo tempo a raccogliere che passa in secondo piano uscire.

Cosa prendo???
Questo fu quello che presi io quando ci fu il terremoto.

Il mio Book, hard disk esterno, contenitore di anni e anni di ricordi, foto, musica, video, nonché testi, poesie, canzoni.
I miei orecchini. Non perché siano oggettivamente preziosi, ma perché ognuno ha un motivo ha una storia, un mondo messo insieme con pazienza che parla di me.
Un giochino di quando ero bimba. Per me è il simbolo della purezza e dell'ingenuità che viene sporcata e deturpata dalla vita. Lo tengo in un portagioie robusto, come per proteggerla dal tempo.
Qualche indumento, coperta, qualche trucco e ovviamente qualche strumento (anche se un piano digitale non é proprio portatile purtroppo) e apparecchio elettronico.

Gli scatoloni in questi casi diventano i migliori cassettoni / armadi / comodini che si rimediano e si trasportano facilmente.

Jessy giorni prima, mettendo velocissimamente tutto ciò che poteva nel borsone, prima di uscire d'istinto prese la fotografia della nonna, che viveva con lei, morta davanti ai suoi occhi pochi mesi prima. Del padre, morto anni fa, ha già una foto nel portafoglio e la fede nella collana da cui non si separa mai.
Così, insieme a loro, ai loro ricordi, poche frazioni di secondi dopo, strattonando il braccio della madre, la casa comincia a cedere e lei fuori a poter solo guardare.

Chi si è precipitato a salvare i ricordi, preferendoli alle cose più utili ma che si possono trovare, mentre album di foto e di cd autografati, giocattolini del proprio bimbo, il cuscino e la copertina preferita dal proprio cagnolino morto mesi prima, i peluchetti e altri oggettini regalati da persone care che non ci sono più non si potranno mai più ricomprare.

Capisci che le cose che davi per scontato, ti rappresentano, sono parte di te e ne hai bisogno. Ti guardi attorno e ti ricordi la storia che c'è ogni oggetto, di tutte le paghette che risparmiavi da piccolina per comprarti la play1, del televisore piccolino ma che va ancora alla grande che mi aveva regalato il nonno quasi due decenni fa, dello stage piano della yamaha preso dopo mesi di ricerca a un prezzo covenientissimo vicino Rimini, dei libri di storia dell'arte e di musica che mi piaceva trovare alle bancarelle dei libri antichi perché la carta anche ingiallita ha quel vissuto da raccontare..per non parlare dei miei quadri e il resto...praticamente tutti racconti aperti che nel momento della scelta fugace urlavano, si spintonavano per farsi sentire di più per avere attenzione ed essere presi.

Penso e ripenso ancora e mi viene in mente anche un sms di Jessy ricevuto una mattina di qualche settimana fa...

"Li ho trovati! :')"
Sonnolenta e rintronata, mi svegliai dal torpore del sonno, continuando a non capire cosa intendesse.
Timidamente scrissi "Bene...ma...a cosa ti riferisci?"
"I trucchi :)"

Me ne aveva parlato il giorno prima di mandare questo messaggio, ma non ci avevo dato molta importanza, le dissi che glieli avrei ricomprati io e le altre amiche con cui feci il regalo al suo compleanno.
Mi stupii. Nientemeno con tutte le cose da prendere e da fare, ci aveva pensato! Quel sacchettino col suo contenuto era lo strumento per valorizzarsi che noi amiche le avevamo donato, per ricordarle che ogni giorno bisogna volersi bene, nonostante tutto, e ancor di più in quei momenti.
Così anch'io come lei, ho ripreso tutti i miei trucchi e con maggior vigore osservo lo scrupoloso rituale del make-up. Non come si potrebbe pensare solo per estetica, ma come guerriere che vogliono far paura al nemico, noi indossiamo la maschera della lucidità, della fermezza, del bene, per esorcizzare, per combattere la bruttezza del male, del dolore.

Finisco citando due frasi che mi sono piaciute moltissimo dette o scritte da alcune mie conoscenze

"Giornata piena di soddisfazioni
Liberatevi di chi porta solo nuvole nella vostra vita
imparate a vedere il mondo a colori e fatevi un regalo.
A volte può parere stupido o da superficiali, invece dedicarsi cinque minuti per se stesse
scegliere quello che potremmo sfoggiare per festeggiare un Nuovo Inizio
è un passo importante per Cominciare da Se stesse.
Scegliete il vostro colore, la vostra forma e regalatevela. Ve lo meritate."


E per finire in bellezza, una filastrocca che ripeteva spesso la nonna di una mia amica, la quale in sostanza dovrebbe avere il significato di arrangiarsi con quello che si ha ( credo equivalga ad "attaccati al tram", oppure "arrangiati con quello che hai").
L'ho ritrovata anche in carpigiano su questo sito. Io la riporto così come me l'ha passata lei

E la fola l'è finida
Taiat al nas e fat na piva
Se la piva l'è trop longa
Taiat al nas e fat na tromba!


lunedì 16 luglio 2012

La cicala e la formica - una 'non favola' moderna

Tra un morso e l'altro alla succulenta piadina servitaci in un pub dall'ingresso a tema motociclistico che a molti sembrerebbe rude, per scoprire una cortesia e gentilezza fuori dal comune, io e Jessica riflettiamo e scherziamo un po' sugli strani casi della vita. Le faccio leggere la mia riflessione sul piccolo phone che le prestai, che ridendo e scherzando ha girato mezza bassa e fantastichiamo in modo scherzoso sui suoi prossimi possibili viaggi.
Dopo un altro morso e un sorso di Coca Cola tornando un pò più seria, ma con allegra positività continuò "...Speriamo che, quando tutto sarà finito, questo phone ce lo porteremo in vacanza e si godrà un po' di allegria, caspita! Mica si può sempre star male, no???!!"

Morso dopo morso, voracemente finiamo la nostra piadina farcita. Parliamo del più e del meno, di cosa sta cambiando fuori e dentro di noi.
Racconto un po' di me, della mia voglia di andare avanti e reagire organizzando iniziative a cui vedo sempre più gente partecipare con entusiasmo, la voglia di concretizzare qualcosa e di dare sempre più risalto alla mia musica dentro, che dopo tutti questi anni ora ruggisce più che mai, di come queste novità propulsive mi danno la benzina per muovere la macchina della mia vita attraverso le macerie che vedo tutti i giorni.

Lei mi racconta di come se la sta passando, quando a un certo punto dice:
"Sai la favola della cicala e della formica? Ecco, io sono stata troppo formica, sempre frenata a pensare al domani, a mettere da parte e basta e adesso che è arrivato "l'inverno", è arrivato per tutti.
La cicala almeno si è divertita, si è goduta la vita!
Anche in un momento come questo, la cicala può dire di aver vissuto. Invece la formica?
Ha sempre e solo risparmiato. Per cosa poi?!
Alla fine ci troviamo lo stesso tutti sulla stessa barca...dobbiamo cominciare a pensare giorno per giorno come se non avessimo un domani!Ho capito che devo godermi un po' di più la vita e pensare un po' di più a coccolarmi.

"Sai Jessy hai ragione"- le rispondo io- "..però ti dirò....io invece, prima di questo momento, son stata molto cicala....mi sono goduta la vita è vero, però forse ho anche un pò esagerato...Adesso rifletto sul fatto che avrei dovuto pensare a mettermi qualcosina in più da parte...ma non rinnego nulla. Mi sono divertita, mi sono tolta degli sfizi sopiti da anni.
Ho sempre avuto di mio il "carpe diem", dato il mio passato di sofferenza, ho avuto una vita in cui nulla era scontato e in cui il giorno i miei punti di riferimento potevano crollare da un momento all'altro e ogni cosa per me era preziosa. Pensa, anche se tutti i giorni facevo la stessa strada, a volte mi fermavo per guardare le sfumature del cielo. Un'altra volta ho colto una rugiada scivolare su una bellissima rosa. Le mie orecchie e i miei occhi pronti a catturare un attimo bellissimo e indelebile di piccola e giocosa felicità. Adesso che purtroppo mi manca tutto, posso dire di esser contenta che almeno mi sono goduta quello che avevo prima intensamente e di essermi tolta qualche sfizio. Se anche mi cadeva qualche tegola avrei potuto quasi dire di "morire contenta" ...se non fosse che devo ancora mettere in atto parecchi progetti!" conclusi sorridendo.

Come la livella di Totò, anche il terremoto e le difficoltà ci hanno messo tutti sullo stesso piano.
Poveri, ricchi, anziani, giovani, cicale, formiche, grilli, leoni, pecore....'l'inverno' è arrivato per tutti....
Una cicala musicista e una formica scienziata si ritrovano a mangiar un boccone insieme confrontandosi e confortandosi...

Se si può, godiamoci la vita senza troppi "se" e senza troppi "ma".
Viviamo finché possiamo e non affanniamoci troppo chiedendoci il perché del destino.
Investiamo ciò che ci rimane, il tempo, la forza  e facciamo ció che sappiamo fare, costruire, organizzare, suonare.... Impariamo dagli animali, pensiamo al presente e cerchiamo di non fasciarci la testa pensando troppo, perché a certe domande non c'è risposta imminente. Andiamo avanti un passo per volta.
Agiamo. Reagiamo!